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Il corpo post 
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Intervista a Teresa Macrì 
a cura di Claudia Ceccarelli
 
 
L'occhio narrante del cyberpunk Calder ci racconta della stralunata Babette in tuta dermatoide, che abita un mondo in cui l'industria della moda diffonde la dermoplastica, tessuti che si amalgamano ai corpi in un assorbimento frenetico e alterano il flusso sensoriale umano, accelerando un processo di trasformazione identitaria allucinatorio. Quanto è immaginazione sembra essere già così palingeneticamente presente: trapianto ed espianto d'organi, ricerca guidata dal desiderio di sublimare l'espressione della vita intervenendo sui processi di organizzazione genetica, clonazione, debordati nella nostra territorialità psicofisica, hanno sottoposto a pulsazione i confini conosciuti, slabbrandoli, estendendoli senza sosta tanto da imporre una riflessione attenta, non solo di carattere bioetico, sul significato di corporeità e sul morbido fluère identitario.  
 
La corporeità postorganica tra organico e inorganico, si muove fluida nei territori tecnologici ingurgitando il sintetico, potenziandosi, senza istinti fobici verso ciò che la attraversa, la esplora e la muta come nel caso delle tecniche endoscopiche. La concentrazione sul corpo, sul soggetto, era emersa caparbiamente sulla superficie dei fenomeni estetici degli anni '60 e ancora '70. Quel sintomo si è srotolato, incendiandosi di fenomenologie estetiche ancora estreme negli anni '90. Dalla trasformazione tecno-umana di Orlan, alle sperimentazioni per un corpo esteso o potenziato ciberneticamente di Stelarc, al lavoro serissimo sull'identità femminile della Sterbak.Teresa Macrì ha narrato intensamente, con tinte sature di oltraggi, di odori nauseanti, di sensazioni tattili la storia della carne attraverso uno studio sul linguaggio della performance. Dalla body art dunque, fino alla contemporaneità.