L'occhio narrante del cyberpunk Calder ci racconta della stralunata
Babette in tuta dermatoide, che abita un mondo in cui l'industria della
moda diffonde la dermoplastica, tessuti che si amalgamano ai corpi in un
assorbimento frenetico e alterano il flusso sensoriale umano, accelerando
un processo di trasformazione identitaria allucinatorio. Quanto è
immaginazione sembra essere già così palingeneticamente presente:
trapianto ed espianto d'organi, ricerca guidata dal desiderio di sublimare
l'espressione della vita intervenendo sui processi di organizzazione genetica,
clonazione, debordati nella nostra territorialità psicofisica, hanno
sottoposto a pulsazione i confini conosciuti, slabbrandoli, estendendoli
senza sosta tanto da imporre una riflessione attenta, non solo di carattere
bioetico, sul significato di corporeità e sul morbido fluère
identitario.
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La corporeità postorganica tra organico e inorganico, si
muove fluida nei territori tecnologici ingurgitando il sintetico, potenziandosi,
senza istinti fobici verso ciò che la attraversa, la esplora e la
muta come nel caso delle tecniche endoscopiche. La concentrazione sul corpo,
sul soggetto, era emersa caparbiamente sulla superficie dei fenomeni estetici
degli anni '60 e ancora '70. Quel sintomo si è srotolato, incendiandosi
di fenomenologie estetiche ancora estreme negli anni '90. Dalla trasformazione
tecno-umana di Orlan, alle sperimentazioni per un corpo esteso o potenziato
ciberneticamente di Stelarc, al lavoro serissimo sull'identità femminile
della Sterbak.Teresa Macrì ha narrato intensamente, con tinte sature
di oltraggi, di odori nauseanti, di sensazioni tattili la storia della
carne attraverso uno studio sul linguaggio della performance. Dalla body
art dunque, fino alla contemporaneità. |